Azione legale contro la Disney, accusata di raccogliere illecitamente, tramite app, informazioni personali sui baby-utenti

La Walt Disney Company si appresta a combattere le accuse che le sono state rivolte la scorsa settimana, secondo le quali determinate app distribuite dalla nota società di entertainment non salvaguarderebbero le informazioni personali di bambini e ragazzi. Nei confronti della corporation statunitense, e di quattro altre società, che producono le app in questione, è stata di fatto avviata una class action.

Secondo quanto riportato nella relativa querela (.PDF), Amanda Rushing, assieme alla figlia, ha intentato l’azione legale lo scorso giovedì, 3 agosto, presso la divisione di San Francisco/Oakland della Corte Distrettuale degli Stati Uniti, per conto proprio e degli altri utenti che si sono trovati nella stessa situazione. La causa avviata contro le parti citate in giudizio si fonda sull’accusa relativa al fatto che la Walt Disney Company, la Disney Electronic Content, Upsight – piattaforma di analisi e marketing per applicazioni mobile –, Unity Technologies – sviluppatore di videogiochi –, e Kochava – piattaforma di analisi del settore mobile –, avrebbero violato il Children’s Online Privacy Protection Act (COPPA), promulgato dalla Federal Trade Commission (FTC).

Le parti querelanti affermano che la Disney sta monitorando gli utenti, compreso quelli di età inferiore ai 13 anni, tramite varie app di gaming, attraverso Internet, per mezzo di una serie di software development kit (SDK, pacchetti di sviluppo per applicazioni) specializzati in ambito pubblicitario.

Gli SDK in questione, incorporati nel codice stesso delle app, esfiltrerebbero dati quali, ad esempio, gli identificatori personali del dispositivo, associati a bambini e ragazzi. Le informazioni così raccolte, come di solito avviene, verrebbero poi trasferite, dietro pagamento, a terze parti, allo scopo di creare profili comportamentali ed appositi schemi pubblicitari.

Sarebbe questo, in particolar modo, il caso di Disney Princess Palace Pets, un’app per dispositivi Android ed Apple realizzata da Disney, al centro dell’azione legale intentata.

Amanda Rushing sostiene che sua figlia, denominata “L.L.” nell’ambito della querela relativa alla class action avviata, ha utilizzato l’app quando non aveva ancora compiuto 13 anni. Attraverso l’azione legale intrapresa si asserisce che tale gioco, il quale consente agli utenti di prendersi cura di 10 diversi animali domestici (con tanto di coccole, toilette, bagno ed utilizzo di vari accessori), viene chiaramente messo in vendita per un pubblico di baby-utenti, al di sotto dell’età sopra menzionata.

Nella documentazione relativa alla class action si afferma, inoltre, che la Disney e le altre parti citate in giudizio hanno raccolto informazioni personali appartenenti agli utenti più piccoli senza il permesso dei genitori di questi ultimi. Si aggiunge, poi, che l’app non prevedeva alcun tipo di meccanismo, od informazione, in base ai quali si sarebbero dovuti indurre i querelanti a fornire il proprio consenso in merito.

Il COPPA Act, nello specifico, richiede alle società di ottenere direttamente il consenso dei genitori, nel momento in cui vengono raccolte, divulgate o utilizzate le informazioni personali relative ad un bambino, identificatori personali inclusi.

“Incorporando deliberatamente gli SDK attinenti alla pubblicità comportamentale, prodotti dalle parti citate in giudizio, all’interno delle app dirette al pubblico dei bambini, e permettendo loro di monitorare gli utenti più piccoli raccogliendo, utilizzando o divulgando i loro identificatori persistenti senza aver ottenuto il consenso parentale verificabile, Disney ha violato il COPPA Act”, si dichiara nel documento prodotto a seguito dell’azione legale intrapresa.

“Disney Palace Pets”, peraltro, non è l’unica app che si sarebbe resa colpevole di “tracciare” gli utenti. Tutta una serie di ulteriori app – quasi 50 in tutto – come i seguenti titoli, distribuiti attraverso il noto media franchise Disney Princess, ovvero Charmed Adventures, Club Penguin Island, e Disney Emoji Blitz, contengono ugualmente SDK relativi alla pubblicità comportamentale, gestiti da società quali Upsight, Unity e Kochava, che “operano in maniera sostanzialmente simile”, si afferma nel documento stilato in relazione alla class action prodotta.

Michael Sobol, avvocato presso Lieff Cabraser Heimann & Bernstein LLP, ed autore dell’atto di querela, scrive che, oltre a violare il COPPA Act, le azioni compiute dalla società Disney vengono ritenute altamente offensive da parte di Amanda Rushing, e considerate da quest’ultima come un’invasione della privacy della figlia.

La Walt Disney Company, attraverso una nota fornita lunedì sera a Threatpost, si è dichiarata in disaccordo con l’azione legale intrapresa nei suoi confronti, ed ha affermato di avere intenzione di combattere la stessa in tribunale.

“Disney persegue un solido programma di conformità al COPPA Act; per quel che riguarda le app Disney create per bambini e famiglie, applichiamo rigorose policy in merito alla raccolta e all’utilizzo dei dati. La querela si basa su un evidente equivoco di fondo in relazione ai principi enunciati nel COPPA; difenderemo pertanto tale azione in Tribunale”, ha dichiarato la Disney.

Non si tratta, ad ogni caso, della prima iniziativa legale messa in atto per colpire la Disney.

Playdom, una startup specializzata nel social gaming, acquisita da Disney nel 2010, si è vista ad esempio costretta a pagare una sanzione civile pari a 3 milioni di dollari $, per aver raccolto informazioni relative a centinaia di migliaia di bambini, ottenute, nel corso del 2011, attraverso siti web dedicati a “mondi virtuali”. Tale somma, per Disney, rappresentava tuttavia poco più di una goccia in un bicchiere; la società statunitense, in effetti, aveva in precedenza pagato oltre 763 milioni di dollari $ per acquisire Playdom, soltanto pochi mesi prima di accettare di procedere al pagamento della sanzione imposta.

Inoltre, nel 2013, il Center for Digital Democracy aveva provveduto a richiamare la Disney, visto che MarvelKids.com, sito web appartenente a quest’ultima, non aveva garantito l’applicazione del consenso dei genitori per i bambini al di sotto dei 13 anni di età, prima di monitorare e raccogliere le informazioni personali relative ai baby-utenti.

Disney aveva dichiarato, allora, di aver raccolto le informazioni personali in questione – in alcuni casi l’ubicazione dell’utente ed i relativi identificatori persistenti – per scopi di natura interna, ma tali affermazioni non avevano soddisfatto il CDD, il quale, nel mese di dicembre dello stesso anno, aveva poi sporto denuncia presso la Federal Trade Commission. Disney, poco tempo dopo, aveva aggiornato, nel proprio sito, le policy riguardanti la privacy, ma l’azione compiuta nella circostanza non veniva giudicata ancora sufficiente da parte del suddetto Centro, il quale aveva in seguito presentato, nel successivo mese di marzo, una denuncia di follow up, attraverso la quale si sollecitava la società di entertainment a fare ancora di più per amplificare l’intervento da parte dei genitori e proteggere la privacy degli utenti più piccoli.

Fonte: Threatpost

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